La "coscienza sovrana" di Lefebvre ripete l'errore di Lutero
Jul 08, 2026
fonte la nuova bussola quotidiana https://lanuovabq.it/it/la-coscienza-sovrana-di-lefebvre-ripete-lerrore-di-lutero
In questi giorni il tema delle ordinazioni della fraternità S.PIOX ha suscitato un dibattito, l'amico Daniele Trabucco qui fa una disamina che condividiamo e portiamo all'attenzione di chi ci segue.
Corrado Ruini
Ogni scisma, prima di assumere forma canonica, nasce quando la coscienza, persuasa di custodire in sé il rifugio ultimo della verità, smette di lasciarsi misurare dalla Chiesa e comincia a misurare la Chiesa secondo un criterio reputato anteriore alla visibilità storica. In questa soglia Lefebvre può essere definito il nuovo Lutero: non per identità di dottrina, né per simmetria storica, ma per la struttura del gesto con cui la fedeltà viene opposta all’obbedienza, la purezza del deposito alla comunione visibile, la verità ritenuta posseduta alla verità ecclesialmente ricevuta.
Il punto non è negare che la Chiesa possa attraversare crisi di governo, cedimenti pastorali, ambiguità dottrinali, impoverimenti liturgici e forme di mondanizzazione. Sarebbe ingenuo confondere l’indefettibilità della Chiesa con l’impeccabilità dei suoi uomini. Il punto è diverso, ovvero capire se tali ferite possano diventare fondamento di un principio ecclesiale alternativo, quasi che dalla crisi dell’autorità nascesse una nuova fonte dell’autorità. L’autorità nella Chiesa può essere fragile senza cessare di essere necessaria e può essere esercitata in modo inadeguato senza perdere la sua funzione nella comunione visibile. Oppure, può non rendere trasparente la verità che serve, senza che da ciò consegua il diritto della coscienza privata di erigersi a luogo ultimo della verità cattolica.
La Chiesa, infatti, non è l’assemblea invisibile dei puri, né la patria spirituale di chi ritiene di avere conservato intatto il deposito mentre la sua forma visibile sarebbe decaduta. Essa è corpo, società soprannaturale, unità gerarchica, sacramento storico dell’invisibile. Questo significa che la Tradizione non è possesso archeologico affidato al giudizio di chi si reputa più fedele, né sostanza indipendente dalla successione apostolica e dalla comunione gerarchica.
È realtà vivente che permane nella Chiesa. Quando, invece, la coscienza resistente pretende di decidere dove la Chiesa sia ancora fedele a se stessa, il principio cattolico è già oltrepassato. Non è più la Chiesa a custodire e trasmettere la Tradizione, ma è il soggetto separato, o la comunità che da esso nasce, a stabilire dove la Tradizione sopravviva contro la Chiesa visibile.
Qui l’invocazione lefebvriana dello stato di necessità rivela la sua ambiguità. Non è erronea perché non vi sia stata crisi, né perché ogni denuncia delle derive postconciliari debba essere liquidata come ribellione. Diventa erronea quando trasforma la necessità da categoria prudenziale, legata alla resistenza e alla sofferenza ecclesiale, in categoria costituente, capace di fondare una successione episcopale sottratta al principio petrino. Una cosa è custodire ciò che rischia di essere oscurato; altra cosa è dedurre da tale oscuramento il diritto di produrre, accanto alla gerarchia visibile, una linea di autorità che si giustifica non mediante la missione ricevuta, bensì mediante la diagnosi della crisi. Peraltro, dalla possibilità dell’errore negli atti non definitivi non nasce il diritto alla successione parallela, come dalla debolezza degli uomini di Chiesa non nasce una "seconda Chiesa" più "tradizionale" contrapposta a quella "modernista".
La tragedia di Lefebvre consiste nell’avere visto una parte del vero. Comprese che una Chiesa troppo ansiosa di rendersi intelligibile al mondo può smarrire la severità dell’eterno; intuì che il sacro non può essere consegnato alla volatilità del gusto storico; avvertì che la liturgia non è ornamento devozionale, ma forma teologica della fede. Tuttavia, da una diagnosi reale trasse una conclusione impossibile: salvarsi dalla crisi separandosi dal criterio visibile della comunione.
Lutero commise lo stesso errore: credette di liberare il Vangelo dalla cattività romana e inaugurò il tempo moderno della coscienza che giudica l’autorità in nome di una verità più originaria della mediazione ecclesiale. Allo stesso modo, Mons. Lefebvre credette di salvare Roma dalla modernizzazione e, opponendosi alla modernità, ne riprodusse il nucleo profondo: la coscienza sovrana che pretende di giudicare la Chiesa visibile.
Se ciò fosse vero, la Chiesa cesserebbe di essere realtà visibile, apostolica e gerarchica, per diventare il risultato di una selezione compiuta dalla coscienza. Non vi sarebbe più cattolicità, quanto discernimento privato; non più Tradizione, ma appropriazione; non più obbedienza alla forma concreta del Corpo, ma scelta soggettiva del luogo in cui il Corpo dovrebbe sussistere. Anche la difesa dell’eterno, allora, separata dall’unità visibile della Chiesa, può diventare nome nobile di frattura.
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