BEN DUE orecchi e UNA SOLA lingua. Fulvio Capostagno
Feb 20, 2026
BEN DUE orecchi e UNA SOLA lingua
L’ascolto richiede volontà, tempo, attenzione, pazienza, dedizione, talvolta anche una buona dose di carità o addirittura misericordia.
Ma per un vero ascolto, oltre a questi requisiti, servono anche abilità da costruire con la disciplina e l’esercizio, si tratta quindi di un’attività complessa, ampia e profonda. Solitamente si dice che le quattro abilità o competenze di base nel padroneggiare una qualsiasi lingua (language skills) sono: ascoltare (comprendendo), parlare, leggere, scrivere. Taluni (in una furia catalogativa non condivisa da chi vi sta scrivendo), distinguono due abilità ricettive (ascoltare e leggere) e due abilità produttive (parlare e scrivere). Tale distinzione è assai discutibile. Semmai può essere qualificata come ricettiva la lettura di una lista della spesa, ma al contrario, leggere un testo letterario, filosofico, scientifico oppure leggere ad alta voce e in modo espressivo un testo poetico o biblico è indubbiamente un’attività produttiva.
Allo stesso modo, anche l’ascolto è un’abilità produttiva che richiede molti fronti di osservazione e di raccolta sensoriale con un notevole impegno e coinvolgimento elaborativo di dati, oltre alla comprensione dell’implicito che potremmo definire come un insieme di significati non espressi direttamente ma che ugualmente possono essere inseriti dall’ascoltatore (come dal lettore) tramite inferenze e implicature (portate pazienza, così le chiamano i linguisti) ossia il ricorso a conoscenze pregresse, alla conoscenza del contesto o ad altri fattori che mi permettono di capire il non detto.
Il luogo comune secondo cui l’azione dell’ascoltare sarebbe più passiva di quella del parlare è di vecchia data. Per rispondere a questo pregiudizio e rifiutarlo in modo divertente si è levata la voce dei poeti ben prima di quella degli psicologi e dei tecnici della comunicazione.
Per tutti valga la favola in versi di Lugi Fiacchi detto Clasio (1754 - 1825), un poeta, favolista, filologo ed erudito sacerdote fiorentino che tra fine Settecento e primi Ottocento scrisse un centinaio di gustosissime favole in versi. Una di queste, la Favola LXXIII, ha come protagonisti e titolo proprio “La Lingua e gli Orecchi”. In essa, la Lingua si rivolge agli Orecchi chiedendo, con un tono supponente e un po’ provocatorio (Eh, miei signori) il motivo per cui loro siano ben due nonostante abbiano un ruolo così facile (agiatissimi uditóri), mentre invece lei debba svolgere da sola un compito così importante e impegnativo. Notate che nella favola la parola “io” viene pronunciata dalla Lingua (immaginiamo con una certa enfasi) per ben tre volte.
Ecco il testo. Per una più agevole lettura, rispetto alla versione originale sono stati inseriti font e caratteri differenti e qualche segno grafico identificativo per distinguere chi, di volta in volta, sta parlando: il narratore, gli orecchi o la lingua. Questa formulazione tipografica si presta anche a una più facile drammatizzazione per chi volesse rappresentarla su una scena teatrale. Buona lettura!
La Lingua e gli Orecchi
Un gran medico narrò
che agli Orecchi un dì parlò
sì la Lingua: -Eh miei signori,
agiatissimi uditóri1,
perché mai nelle persone
voi, con poca occupazione2,
siete due? Ed io son sola,
io che formo la parola?-
E gli Orecchi: -E tu non sai
che dobbiamo udire assai?-
-E ancor io parlo ben molto-
-Sì, ma in bocca d’uno stolto-.
Nella favola di Clasio le recriminazioni della Lingua sono evidentemente fuori luogo, ascoltare infatti è un’azione tutt’altro che facile e per svolgere un lavoro così importante e impegnativo è bene che gli orecchi siano due. Provo ad allargare l’argomento mantenendo il tono scherzoso del poeta e aggiungendo un'altra considerazione a supporto del valore simbolico dell’universale dotazione di due orecchi. Vorrei partire da una considerazione linguistica. Tante volte per dire che qualcuno finge di non sentire e per ostinazione o disimpegno non vuole dare ascolto a idee o discorsi che trova fastidiosi o scomodi, si usa l’espressione “da quell’orecchio non ci sente”.
Ebbene, l’avere due orecchi (e non uno solo) e per di più collocati da due lati opposti del nostro corpo sembra volerci ricordare simbolicamente che dobbiamo e possiamo ascoltare ciò che ci arriva da tutte le direzioni: ascoltare le parole che sono gradite e anche quelle che non lo sono, le parole di compiacimento ma anche le obiezioni e le critiche, le idee familiari che ci appartengono ma anche quelle lontane dal nostro abituale punto di vista. In fondo è proprio ciò che ci raccomanda San Paolo: «Vagliate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (1 Ts 5, 21). Cosa vuol dire vagliare? Vuol dire setacciare. Il vaglio infatti è il setaccio (in Veneto tamiso) che fa passare il fior di farina e trattiene la crusca. Non si tratta di assumere e prendere per buona ogni idea e ogni posizione, ma piuttosto di porsi in un atteggiamento di ascolto senza un pregiudiziale rifiuto prima ancora di avere ascoltato.
Potremmo fare un paragone con la vista: ascoltare con due orecchi è analogo all’allargare lo sguardo in un’ottica più ampia e non ostinarsi a guardare esclusivamente in un’unica direzione. Non a caso nella lingua italiana registriamo anche la locuzione “essere di larghe vedute”. E Gesù in Esodo 32,9 usa l’espressione «un popolo dalla dura cervìce» (o in altre traduzioni «dal collo duro»). Ciò equivale a dire testardo, ma potremmo facilmente aggiungere che la dura cervice è il comportamento di chi ha troppa rigidità e quindi fatica a orientare il collo e dunque il capo in altra direzione anche quando quella può essere la direzione giusta. Quando orientiamo il nostro capo e alleniamo la cervice a una buona mobilità, possiamo variare al tempo stesso sia la prospettiva dello sguardo, sia la posizione e l’orientamento degli orecchi.
Oggi, con sovrabbondanza di messaggi in cui siamo immersi, abbiamo tanto da ascoltare e da vagliare e inevitabilmente anche tanto da scartare, ma in ogni caso cerchiamo di mantenere sempre attiva e in esercizio la flessibilità del collo che sorregge sia il nostro sguardo che gli orecchi.
Ascoltare, lo ribadiamo, è un verbo decisamente attivo, non solo per tutto l’impegno che comporta l’attività dell’ascolto, ma anche perché il verbo “ascoltare” ha un ulteriore significato che coinvolge esplicitamente l’azione. Nel nostro linguaggio infatti ascoltare significa spesso seguire un precetto, obbedire a un insegnamento, recepire un comando e tradurlo in un comportamento. Una frase come “mi sono trovato bene ascoltando i suggerimenti del maestro”, significa che ho avuto un beneficio mettendo in pratica quei consigli, applicando quelle parole alla realtà, dunque traducendo con fiducia in un comportamento ciò che mi veniva detto.
È questo, in fondo, il senso con cui il verbo viene usato nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Shemà Israel3 (ascolta, [o] Israele) non significa semplicemente “stai ad ascoltare”. Senza pretese di fare qui esegesi biblica, in questo versetto sentiamo ribadita l’importanza di un ammaestramento e l’invito ad agire sempre di conseguenza. Non a caso il versetto viene ripetuto due volte al giorno: nella preghiera mattutina e in quella serale.
Ai tempi attuali, la tendenza e la disponibilità all’ascolto è sempre più debole, sia quella verso l’altro sia quella verso l’Alto. Per quest’ultimo tipo di ascolto, sempre più spesso l’uomo d’oggi invece di dire come Samuele: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”, sembra più orientato a dire: “Ascolta, Signore, perché il tuo servo ti parla”.
Ma questa (forse) è un’altra storia.
Fulvio Capostagno
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uditóri, ascoltatori, detti “agiatissimi” perché possono prendersela con tutta comodità, infatti il loro lavoro è giudicato di minimo impegno; per di più sono in due e il loro già modesto sforzo è quindi dimezzato.
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voi, che avete così poco da fare.
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«Ascolta, o Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno» (Deuteronomio 6,4).
Una nuova comunità nascente che ha obiettivi e sogni da realizzare insieme!
In questa comunity ci sono donne che credono non sia più tempo di lamentii, accuse, condanne, che generano solo paura e tristezza, uccidono la speranza e la passione di costruire nel presente guardando al futuro con fiducia e forza. Vogliamo aprire una fase nuova, vogliamo irradiare in ogni piccola parte di mondo e di vita, la maggiore quantità possibile di tutto quanto di bello, buono, vero e giusto declinato al femminile sia possibile realizzare concretamente attraverso il magico potere della sacra arte dell'ascolto. Ognuna nel propio ruolo e ambito di vita. Coltivando insieme al meglio tutto ciò che abbiamo come potenzialità per portare a noi stesse e a tutti coloro con cui interagiamo, amore, bellezza e forza per fare delle nostre vite qualcosa di bello e gratificante.